I messaggi di Ottobre 2008

27 Ottobre 2008

Intelligente dibattito sulla Riforma Gelmini

So che ultimamente sono stato molto assente dal blog, senza aggiornarlo nè far sentire la mia voce, ma stare dietro all'Università, alla Tesi ed alle prime lezioni di Specialistica, o meglio Magistrale, è un'incombenza snervante e che ha fagocitato energie e tempo libero; confido dunque nella gentile comprensione dei lettori.

Considerato, però, lo scontro politico di questi ultimi tempi, in merito alla Riforma della scuola del Ministro Gelmini, che, inutile dirlo, per parte mia condivido totalmente, ritengo utile riportare di seguito due interventi, di studenti che la pensano molto diversamente l'uno dall'altro, pur nella reciprocità di amicizia e rispetto, che sono stati pubblicati nei giorni scorsi nell'altro blog che ho il piacere di coordinare ma che registra visite molto più rare e scarsamente partecipate, nonostante il livello mediamente alto dei contributi che offre. Spero che l'esposizione in questo spazio, ben più glorioso e solitamente seguito, possa offrire degni riconoscimenti ai due autori ed animare un corretto dibattito.

Citerò gli autori per il nick che si sono scelti nell'altro blog; non sto a dirvi, poi, quale dei due esprime pienamente il mio parere, poichè so che emergerà con la chiarezza ed evidenza delle sue argomentazioni e l'acutezza del suo stile, da sempre sobrio ma ricco.


Il 21 ottobre scorso Jack Skellington scriveva:

I sostenitori della 133: "Chi potrebbe mai essere favorevole alla 133? A rigor di logica, nessuno. L’imminente riforma scolastica sembra intenzionata a lasciarsi dietro una scia senza fine di cadaveri, facendo piombare nello stesso baratro categorie che fino all’altro ieri non avremmo mai visto scioperare assieme nelle manifestazioni di piazza: dagli studenti ai docenti, dai ricercatori ai genitori. La Gelmini è riuscita nel non facile intento di danneggiare la scuola pubblica nel suo complesso, preparando il terreno per la successiva e inesorabile ondata di privatizzazioni con una precisione talmente implacabile da destare sconcerto. Se all’interno di queste categorie danneggiate ci sono sostenitori – anche al di là delle prevedibili frange degli studenti politicamente impegnati a fianco del centrodestra – è segno che la propaganda di governo è stata efficace come suo solito: efficace al punto da mascherare con la sola arma dell’ars retorica un’enorme mole di tagli alla scuola pubblica (perché qui sta lo sciagurato succo della riforma, e non bisognerebbe stancarsi mai di ripeterlo) facendoli passare per una rivoluzione scolastica all’insegna della meritocrazia, dell’efficienza, della produttività e dei “bei valori di una volta”. Così i simboli dell’era Gelmini sono diventati il grembiulino, il voto in condotta, il maestro unico: si ritorna all’antico, quando le cose andavano meglio e c’erano le mezze stagioni. Con tre o quattro frasette di questo genere, il governo Berlusconi è riuscito a camuffare agli occhi dell’opinione pubblica una legge che promette di avere conseguenze peggiorative se non devastanti sull’intero assetto scolastico italiano, dalle elementari all’università. Infiocchettando poi il tutto con la stantia retorica, tipicamente di destra, del Merito – come se ottenere un beneficio sulla base della propria capacità, dal proprio impegno e dalla propria intelligenza fosse un concetto politicamente strumentalizzabile, e non una semplice regola della società civile, talmente ovvia che non dovrebbe essere nemmeno affermata. Ma dov’è il tanto sbandierato Merito nella 133? Porre le basi di una futura, e praticamente certa, privatizzazione degli atenei sembra più che altro un ritorno – questo sì, davvero conservatore nel senso deteriore del termine – a una concezione dell’università di stampo finanche classista, dove solo chi è ricco abbastanza per pagarsi esorbitanti rette d’iscrizione “all’americana” può permettersi l’accesso alla Cultura (quello che pure la Costituzione sancisce come diritto di tutti: ma di questi tempi citare la Costituzione pare solo un vezzo da nostalgici). Nonché, ed è una prospettiva ugualmente deleteria, ad una cultura che finirà per essere asservita in toto alle logiche produttivistiche dei fantomatici investitori esterni che potranno finanziare (e in tal modo controllare) gli atenei che sceglieranno la strada della privatizzazione. Con conseguenze inevitabili: penalizzazione o abolizione dei corsi e delle facoltà considerati meno “redditizi”, livellamento generale della cultura sui medesimi standard e sulle medesime logiche aziendalistiche. Ovviamente la privatizzazione oggi è tematica che va di moda: invocata da tutti come panacea di ogni male e soluzione di ogni problema, divenuta sinonimo di americanismo, modernità, efficienza, produttività e di tutte quelle nozioni tanto care agli ultraliberisti de’ noaltri. Ai cultori di questi astratti concetti, e in generale ai sostenitori della 133, andrebbe consigliato un bel bagno di realtà: calandosi magari nei panni di coloro che sono destinati ad essere immolati sugli altari di questi valori oggi tanto sbandierati, per rendersi concretamente conto di quale sarà la loro situazione nel prossimo futuro. Andrebbe consigliato loro, quindi, di mettersi nei panni per esempio degli studenti, invece di imprecare genericamente contro le loro occupazioni e manifestazioni: studenti che vedranno corsi o intere facoltà chiudere o abbassarsi bruscamente di livello, penalizzate dai pesantissimi tagli all’istruzione (456 milioni di euro) operati dalla finanziaria di Tremonti, oltre che dalla mancanza di ricambio generazionale dei docenti dovuta al blocco del turn-over, avente l’esito inevitabile di invecchiare ancora di più la già decrepita categoria in questione. Oppure mettersi nei panni dei ricercatori precari, a cui sarà preclusa ogni possibilità di avanzamento nella carriera universitaria, andando a rimpolpare la folla sempre più numerosa dei precari senza speranza. Oppure mettersi nei panni di tutti coloro (alunni, genitori) che patiranno le conseguenze nefaste della drastica diminuzione delle scuole elementari, degli insegnati, delle ore di didattica. Questi purtroppo sono fatti, non astratta retorica e non demagogia. Se lo stato dell’istruzione italiana, e in particolar modo dell’università italiana, già si dibatte fra crisi e problemi che ben tutti conosciamo e che nessuno ovviamente mette in dubbio, come si può pensare che una disgraziata riforma fatta con l’accetta possa esserne la soluzione, e non l’estremo elemento aggravante?"

Il 23 ottobre, Askesis gli rispondeva:

Il lento cammino verso la serietà: "È opportuna una replica, credo condivisa anche da Cornelio, all'articolo dell'amico Jack. Se ho ben capito, i punti più contestati di questo DM 133/08 sono: 1. i tagli all'istruzione pubblica e alla ricerca 2. la "elitarizzazione" della cultura, specie dovuta alla privatizzazione degli atenei 3. la chiusura dei certi corsi di laurea non considerabili produttivi. Andiamo con ordine: 1. Decreto alla mano, non si parla MINIMAMENTE di tagliare fondi alle scuole medie superiori e affini (ecco perché già l'occupazione di queste non solo è da considerarsi priva di senso, ma anche controproducente per gli stessi occupanti). Anzi, l'art. 63,3 del medesimo parla di "incremento per l'importo di € 200 milioni per l'anno 2008 in relazione alle necessità connesse alle spese di funzionamento delle istituzioni scolastiche". In fondo fondo fondo al decreto, all'art. 84,1-quinquies si parla solo di una riduzione dello stanziamento di fondi alle attività universitarie e di ricerca di euro 1.490.000, AI FINI DI UNA MIGLIORE ALLOCAZIONE DELLE RISORSE. Ora vorrei dire ai più tenaci contestatori, ma preferite che lo stato spenda prima per il sistema univeristario o per la sicurezza, la sanità, l'energia, etc (non mi sto inventando queste cose: leggete gli artt a cui fa riferimento l'art. 84)? I tagli alla alle Università e alla Ricerca, poi, non ci saranno nemmeno, come spiego al punto 2. 2. Al Capo V, l'art. 16 non IMPONE, ma DÀ LA POSSIBILITÀ alle Università di diventare fondazioni di diritto privato: questo significa che SE lo si desidera, si potranno accogliere, oltre a finanziamenti pubblici CHE COMUNQUE RESTERANNO, anche capitali privati, ai fini del raggiungimento di una migliore dotazione finanziaria. Come enti di diritto privato, le fondazioni universitarie perseguiranno finalità ideali attraverso il capitale disponibile. Il decreto è ridondante dunque quando dice al comma 4 del medesimo articolo che "Le fondazioni universitarie sono enti non commerciali e perseguono i propri scopi secondo le modalità consentite dalla loro natura giuridica e operano nel rispetto dei principi di economicità della gestione. NON È AMMESSA IN OGNI CASO LA DISTRIBUZIONE DI UTILI, IN QUALSIASI FORMA. EVENTUALI RENDITE, PROVENTI O ALTRI UTILI derivanti dallo svolgimento delle attività previste dagli statuti delle fondazioni universitarie SONO DESTINATI INTERAMENTE AL PERSEGUIMENTO DEGLI SCOPI DELLE MEDESIME": come in ogni associazione o altra fondazione, la ripartizione di utili non è ammessa in nessun caso eccetto la liquidazione. Allora mi domando: che interesse può avere il privato a aumentare le rette se tanto non avrà diritto agli utili? È chiaro che questa assurda supposizione dei contestatori non solo è infondata, ma fa anche pensare che non sappiano leggere o non abbiano avuto la benché minima voglia di andare a vedersi il decreto per capire da soli di cosa si trattasse anziché prendere per buoni i discorsi di questo o quel quotidiano o telegiornale. Ma anche ammesso che le rette aumentassero di 500 € (non certo di 4000 € come ipotizza qualche ubriacone), non saremmo forse contenti noi di pagare quei soldi in più potendo notare fin da subito che l'organizzazione di tutto diventa più efficiente? 3. Questo rientra pienamente fra le cose che apprezzo di più di questa riforma e lo dico senza mezze misure. Oggi come oggi, ogni studente paga le tasse all'ateneo che se ne serve per tutti corsi di laurea, non di certo per il solo corso dello studente in questione (eccetto corsi particolari come può essere Chimica, Stilismo della moda etc. che prevedono attività di laboratorio molto dispendiose e che dunque alzano la retta per far fronte a questo genere di costi). A ben vedere però ci sono numerosissimi corsi triennali e biennali che, oltre ad avere pochissimi iscritti, non sono quello che potrebbe essere definito "produttivo": nell'ateneo di Firenze, come in molti altri, è attivo l'arcinoto corso in Scienza della Formazione, non so di preciso sotto che facoltà, oppure quello di Letteratura Croata o Economia e Gestione dei Servizi Turistici. Che tipo di base di conoscenze e che tipo di accesso al lavoro daranno mai tali corsi? Infatti si vede continuamente sulle bacheche agli uffici di collocamento "Cercasi esperto di Letteratura aborigena anche senza esperienza lavorativa. Per chi ci ha a che fare, sono solo a mio modo di vedere una perdita di tempo per gli iscritti e di soldi per le famiglie. Ed ecco che, dopo aver detto questo, mi sento già assalire da molti con astrazioni sofisticheggianti come "lo studio per il gusto dello studio" e altre validissime motivazioni di derivazione costituzionale: l'art. 33cost. infatti parla di "libero insegnamento di arti e scienze", mentre l'art. 34cost. di "diritto allo studio". Chi si riempie la bocca di citazioni costituzionali, di diritti inviolabili del singolo nella società e nelle formazioni sociali, evidentemente non ha proseguito nella lettura, accontendandosi di ciò che aveva visto e che faceva al caso suo: non c'è forse anche scritto più avanti che "La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso"? A me pare che non pochi confondano il diritto allo studio con l'obbligo anche per il più somaro dei somari di andare all'università (che poi sono gli stessi che confondono la laicità con il laicismo). Io dunque dico il mio SI alla decontaminazione dei corsi da studenti perdigiorno e nullafacenti, che nient'altro fanno se non traviare i più fragili fra i volenterosi dai loro propositi. Ma torniamo alla chiusura di certi corsi di laurea: questo è un altro frutto della disinformazione perpetrata dai contestatori, i quali sono addirittura riusciti a far credere agli studenti occupanti e ai professori scioperanti di tali corsi che Cristo fosse morto di freddo pur essendo il padrone della legna. I suddetti corsi infatti, se da una parte chiudono ufficialmente come tali, dall'altra vengono "dirottati" come curricula specifici in altri corsi di laurea affini, da scegliere se desiderati. Prendiamo il corso di Economia dei Servizi Turistici, a me più vicino e conosciuto: per i pochi studenti iscritti in tale corso che evidentemente vivono di rendita e per i pensionati che seguono le lezioni desiderosi come sono di sapere tutto sul turismo verranno garantiti degli esami specifici per il loro indirizzo, mentre per quelli comuni dovranno fare lo sforzo di dividere l'aula e il professore con gli altri studenti di curricula diversi. Il che non solo farà salvo il tanto propugnato studio per il gusto dello studio, ma anche raggiungerà lo scopo di evitare uno spreco di soldi per uno stipendio ad un insegnante di fatto inutile. La privatizzazione non è un mostro famelico pronto a divorarci e a sottomettere la cultura alle logiche del mercato. Al contrario, un moderato e graduale insieme di passi in questo senso consentirà, oltre ad un migliore livello di efficienza, anche un più sicuro inserimento dei laureati nel mondo del lavoro: si pensi ad una impresa che ad oggi ha bisogno di un esperto in diritto tribuatrio e non riuscendo a trovarlo,si reca in facoltà per chiedere le referenze di quello che potrebbe diventare il suo nuovo dipendente. È chiaro che se l'Università ha un laureato che corrisponde a quelle caratteristiche glielo segnala; se non lo ha, l'impresa si attacca e un giovane che avrebbe potuto trovare lavoro non lo trova. Se invece è l'impresa conivolta in prima persona nella gestione dell'Università, sarà lei stessa ad indirizzare la formazione degli studenti, per mezzo di richieste più o meno esplicite ai professori, verso quello di cui il mercato ha bisogno. In questo modo inoltre, si potrà pore fine alle baronie dei vecchi ordinari, che se ne stanno in aula a bestemmiare o a raccontare delle poppe e dei culi, consapevoli che tanto nessuno chiederà loro conto di quanto insegnato. L'ars retorica di cui parla Jack è dunque proprio quella dei contestatori, che cercherebbero di far passare per onesta (come direbbe il caro Torquato Accetto) una dissimulazione che di prudente ha veramente poco."

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