I messaggi di Gennaio 2008

25 Gennaio 2008

Crisi politica e bocchi - Sondaggio

Ho inserito proprio adesso un nuovo sondaggio a tema "Quale preferiresti sia l'esito dell'attuale crisi politica Italiana, dopo la caduta del Governo Prodi?", con tre possibili opzioni : Reincarico a Prodi; Governo di transizione (vale a dire, come si sente ripetere da giorni, con l'unico obiettivo di varare la Legge Elettorale); Elezioni anticipate.
I voti saranno ovviamente anonimi, come al solito, ma, soprattutto, diversamente dalle altre volte, in questo
sondaggio si potranno vedere subito i risultati aggiornati, anche se solo in percentuale, e chi scrive ha già espresso il proprio parere, che d'altro canto non credo desterà qualche sorpresa.
Attendo contributi ed opinioni! A presto!
 
20 Gennaio 2008

Sondaggio "Cosa pensate dell'"interruzione volontaria di gravidanza"?" e aggiornamento dei risultati degli altri

In questa domenica aretina, umida e un po’ fresca, torno brevemente a fare il punto sui sondaggi proposti e a sponsorizzarne uno nuovo, mentre una mia relazione su quello sulla Sessualità sta lentamente prendendo corpo.
Per quanto riguarda quello in cui si chiedeva un parere sul “dialogo fra i Poli”, che ha riscosso poco successo, fra 9 votanti, 2 (22%) si sono detti contrari a qualsiasi forma di “inciucio”, 3 (33%), favorevoli alla proposta di Walter Veltroni (Riforma Elettorale, Istituzionale e dei Regolamenti Parlamentari) e 4 (44%), favorevoli alla proposta di Silvio Berlusconi (Riforma Elettorale ed elezioni anticipate). In definitiva, pur nello sparuto numero, i favorevoli sono il 77-78%, tre quarti dei votanti: il dialogo, checché ne dicano certi partitucoli di nicchia, piace, è visto di buon grado e, per quanto mi riguarda, non ho difficoltà a collocarmi fra questa “bulgara” maggioranza.
Al secondo
sondaggio, quello sulla “Sessualità”, si registra un’impennata nei primi giorni dell’anno, con ben 43 votanti o, perlomeno, voti conteggiati, 11 in più in sole due settimane. I risultati sono parzialmente modificati rispetto allo scorso 6 gennaio: il 13,95% dei votanti definisce la sessualità come “Amore”; l’11,63%, come “Conoscenza del proprio corpo” o “Conoscenza dell'altro sesso” o “Piacere ed appagamento dei sensi” o “Sesso: esperienza del corpo altrui”; il 9,3%, come “Relazione con l'altro sesso”; il 6,98%, come “Attrazione fisica” o “Relazione con il prossimo”; il 4,65%, come “Attrazione spirituale” o “Educazione e moralità: tabù e meccanismi di inibizione e disinibizione” o “Esperienza del proprio corpo”; il 2,33% ha votato Altro, annotando in maniera assolutamente intelligente “tutto questo insieme: cioè la vita” ed infine nessuno ha votato per “Divertimento” o “Non so”. Ritengo che, ovviamente a prescindere da quello che scriverò io sull’argomento, i dati di per sé comunque si commentino da soli e già lascino trasparire che o i votanti sono stati involontariamente presi fra una parte d’eccezione della società, ancora moralmente “sana”, o che, come spero, forse la situazione di degrado che a volte emerge o pare potersi scorgere, fortunatamente non rappresenta la regola, non ancora, almeno, e che certi valori, primo fra tutti quello del rispetto di sé, della propria persona e del proprio corpo, ancora riescono a resistere all’impatto quotidiano di sempre più frequenti e numerosi modelli non proprio positivi ed edificanti.
Infine, mentre, come preannunciato, sto elaborando un breve post in cui, con tutta la modestia dei mezzi, esporrò il mio parere sull’argomento della "
Sessualità" e che pubblicherò appena l’Università, gli studi ed il lavoro delle ripetizioni alla Scuola me lo consentiranno, propongo un nuovo oggetto di riflessione, riemerso in questi giorni all’attenzione del pubblico dibattito per un’iniziativa di Giuliano Ferrara e del “Movimento per la Vita”: l’aborto o, meglio, l’interruzione volontaria di gravidanza. Mi e vi chiedo un parere, un’opinione, sebbene l’argomento sia senza dubbio spinoso, complesso e intricato, essendo spinto, d’altro canto, e stimolato da recenti riflessioni personali, sia individuali, sia soprattutto “di coppia”. Conto in un valido e sostanzioso contributo, soprattutto, considerato l’interesse che la questione può suscitare, coinvolgendo molti, direttamente o indirettamente, principalmente fra noi giovani e soprattutto fra coloro che, sessualmente attivi, non prendono sempre tutte le precauzioni necessarie e non sempre compiono un maturo e corretto discrimine fra l’atto sessuale di puro espletamento dell’attrazione e, si spera, anche dell’amore fra due persone e la magia-meccanica della procreazione.

Attendo risultati (che per ora e per qualche settimana resteranno oscurati, così da garantire discrezione ed anonimato a chiunque aprirà la auspico lunga serie dei votanti) e, se non reca troppo disturbo, chiedo e confido in uno scambio di passaparola. A presto!

Tags: sondaggio
 
17 Gennaio 2008

"Cooperatores Veritatis" - Noi stiamo dalla parte della vera Sapienza!

Pubblico per intero, nel giorno in cui si sarebbe dovuto tenere, il discorso del Pontefice Benedetto XVI indirizzato all'Università "La Sapienza" di Roma in occasione dell'inaugurazione dell'Anno Accademico, con il duplice intento di manifestare piena e devota solidarietà al Papa, che sicuramente ha dimostrato la solita grande responsabilità ed elegante correttezza ed è ben consapevole che quel manipolo di spiantati non rappresenta l'Università né la Gioventù Italiana, e la meschinità e ristrettezza mentale di una tirannica mandria di sbandati che, come ha detto giustamente qualcuno in questi giorni, "non ha argomenti nel proprio cervello, ha paura di quello degli altri e si affida alla violenza e all'intolleranza per evitare che venga espresso il punto di vista altrui". Non aggiungo altre parole, sia perché indegno rispetto all'Autorità che farò parlare nelle righe successive, sia perché l'intera vicenda è una fangosa vergogna su cui l'unica cosa migliore credo sia soprassedere e ricordare.

 

Testo dell'allocuzione che il Santo Padre Benedetto XVI avrebbe pronunciato nel corso della Visita all’Università degli Studi "La Sapienza" di Roma, prevista per il 17 gennaio, poi annullata in data 15 gennaio 2008:


Magnifico Rettore,
Autorità politiche e civili,
Illustri docenti e personale tecnico amministrativo,
cari giovani studenti!

È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della "Sapienza - Università di Roma" in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un "nuovo umanesimo per il terzo millennio".

Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università "Sapienza", l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la "Sapienza" era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere.

Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola "vescovo"–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a "sorvegliante", già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il Pastore – è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità.

Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi "ragionevole"? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione "pubblica", vede tuttavia nella loro ragione "non pubblica" almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.

Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.

Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università.

È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.

Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come "arte" che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell'ambito della razionalità, che l'arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all'ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa "forma ragionevole" egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità" (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico "processo di argomentazione" sono – lo sappiamo – prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico. 

Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla "ragione pubblica", come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda – in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.

Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino – di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il "sì" alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta "Facoltà degli artisti", fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro "senza confusione e senza separazione". "Senza confusione" vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al "senza confusione" vige anche il "senza separazione": la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una "comprehensive religious doctrine" nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.

Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.

Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.

Dal Vaticano, 17 gennaio 2008

BENEDICTUS XVI

 
06 Gennaio 2008

Sondaggio sulla Sessualità

Con l'anno nuovo, torno a pubblicizzare il sondaggio sulla sessualità, proposto ormai da un mesetto e che ha, ad oggi, raccolto ben 31 voti, con i seguenti risultati provvisori: Conoscenza dell'altro sesso e Sesso: esperienza del corpo altrui, entrambi al 16,13%, un sesto dei votanti ciascuno; Conoscenza del proprio corpo e Piacere ed appagamento dei sensi, entrambi al 12,9%; Amore e Attrazione fisica, entrambi al 9,68%; Esperienza del propio corpo e Relazione con l'altro sesso, entrambi al 6,45%; Attrazione spirituale, Educazione e moralità:... e Relazione con il prossimo, con 1 voto ciascuno, al 3,23%. Spero che il 2008 potrà portare più voti e quindi più opinioni e contributi a questo, per quanto umile  ed insignificante, comunque indicativo sondaggio ed invito coloro che abbiano già votato, a tornarci, nel caso la loro opinione sia cambiata o maturata, e soprattutto coloro che non l'abbiano ancora fatto, a recarvisi e, con un innocente ed anonimo click, a far registrare anche le proprie personali e sempre legittime idee o esperienze. Grazie a tutti per l'attenzione e la collaborazione e a presto!
Tags: sondaggio

Riccardo Cocciante - Sulle labbra e nel pensiero

Come promesso alla principessina più importante e più dolce della mia vita, per la quale ogni mia parola non è solo un semplice impegno, bensì un tornare sempre, ancora una volta, a donare tutto di me, solo per la sua felicità e serenità, pubblico il video di YouTube di una canzone di Riccardo Cocciante, "Sulle labbra e nel pensiero", che da quasi cinque mesi è la colonna sonora che ci sta accompagnando nella nostra storia e nella nostra vita. Spero che possa piacervi e, soprattutto, anche in una giornata un po' giù di corda come questa, far tornare a splendere quel sorriso solare e celeste, che dispensa gioia, voglia di vivere e benessere a tutti coloro su cui si riversa e a me in particolare. Un saluto cordiale a tutti, un bacio grande e tutto l'amore del mondo alla mia stellina meravigliosa che niente e nessuno può offuscare.

 
01 Gennaio 2008

Bilancio 2007 - Gennaio-Aprile

Eccomi, come promesso, a tirare le somme, il più brevemente che potrò, dell’anno appena trascorso, un 2007 indimenticabile per tante ragioni che cercherò di illustrare. Premetto che seguirò un criterio cronologico, quindi passerò in rassegna i fatti, mese dopo mese o periodo dopo periodo.

Gennaio: L’anno inizia a Pescara, presso un villaggio turistico dove avevamo prenotato una permanenza io e mio cugino; sono ancora molto amico con Luca e non ho avuto più quasi nessun rapporto con i miei amici del precedente gruppo; ho un blog in un altro sito (che a suo tempo mi aveva indicato Marco scav86), su cui scrivo essenzialmente di politica. Ricordo che la notte di Capodanno, la prima chiamata dell’anno la ricevetti proprio da Luca, appena tornato a casa, distrutto e stanchissimo, che voleva comunque augurarmi Buon Anno. Riprendono gli impegni (catechismo, nuoto, palestra, calcetto) ed iniziano gli esami, quattro, che d’altro canto passano molto velocemente e con risultati insperati per quanto sono tutti assolutamente soddisfacenti.

Febbraio: Esami ed inizia ad incrinarsi l’amicizia con Luca; lo vedo sempre più diverso, insoddisfatto di sé e dell’amicizia, desideroso di cambiamento; ha i suoi primi intrallazzi amorosi, dai quali lo metto in guardia, nel timore che possano fallire e ferirlo eccessivamente (anche se, ad oggi, riconosco che forse mi sbagliai, dal momento che non mi risultano sue rotture, e l’augurio che posso rinnovargli, ora che ha fortemente, per non dire definitivamente interrotto i rapporti con tutti o quasi, è che questa storia possa continuare e dargli le soddisfazioni, la serenità e la tranquillità di cui ha bisogno il suo animo e che merita come ragazzo comunque buono). Il 14, nasce questo blog; un diario in cui potessi confidare le mie impressioni, sensazioni ed esperienze, nei limiti del possibile e dell’interessabile, e sfogare i miei timori e le mie insoddisfazioni. Grazie a questo, riprendono i primi contatti con Marco scav86, anche se ancora rigorosamente limitati a commenti ed hermes. Il 19, ricominciano le lezioni e la frequenza a Firenze ed inizia il mio lavoro alla Scuola dove do ripetizioni: che emozione e quanta incertezza sul da farsi e sulle mie possibilità di riuscire a raggiungere gli obiettivi di ogni studente! Il 20, è l’ultimo di Carnevale: lo passiamo io e Luca al Grace; una noia mortale ed un senso di non appartenenza e di isolamento assoluti. L’amicizia con Luca si congela.

Marzo: Il 6, scrivo un post intitolato “Solitudine”: già si capisce come mi senta e come vadano le cose con Luca. Seguono post di delusione e rammarico, anche eccessivi, col senno del poi; melodrammatici, a tratti, lo riconosco; ma sinceri, lo garantisco. L’amicizia sta per collassare. Dal 10, torno a vedere l’Alice, con cui avevo interrotto ogni rapporto dal 25 aprile 2006. La solitudine ed il senso di isolamento avanzano e mi rifugio nelle traduzioni dal latino. Il 21, Luca è ancora mio amico, ma ho già ripreso i rapporti con il mio precedente gruppo; non è stato facile, né le premesse erano favorevoli, ma ho seguito il consiglio di un’amica di giovani.it e mi sono affidato al cuore ed al bene che comunque io avevo voluto e volevo loro e che sapevo esser stato sempre ricambiato; qualche litigata, anche accesa, c’è stata, nessuno può negarlo; ma più utile a sfogare la rabbia repressa o alimentata in precedenza che a mantenere le divisioni. Il 28, pubblico una “Lettera aperta al mio migliore amico e fratello”: l’amicizia con Luca va sempre più a rotoli. Il 29, l’annuncio: “L'amicizia con Luca è finita”. Seguono le meditazioni ed i bilanci.

Aprile: Normalità assoluta. Il senso di solitudine, di abbandono, di delusione di me, per aver sbagliato tanto, mi tormentano ed inizio a meditare una vacanza estiva diversa dal solito, possibilmente all’estero: un bel viaggio culturale e di distrazione, lontano da casa, dall’Italia, da me e tutte le beghe che mi travagliano. Il 7, io, Marco scav86 ed Ema andiamo al cinema a vedere “300”, i rapporti sono ancora tesi, ma tendono ad ammorbidirsi. La Pasqua, l’8, è dominata dal pensiero dell’amicizia da poco conclusa. Il 9, ad un anno dalle elezioni politiche che portarono Prodi al Governo, entra nel blog anche la politica, ma nella posizione del tutto marginale e  complementare ad altri argomenti, che mantiene tutt’ora. Il 13 ed il 18, la svolta: quelli che abbiamo chiamato il “Concilio di Firenze” ed il “Concilio di Arezzo”; io e Michele ci siamo ritrovati, dopo due anni di silenzio ed eclisse assoluta. Il 13, in occasione di uno sciopero dei treni che mi costringe a trattenermi a Firenze, pranziamo insieme, ci aggiorniamo l’uno dell’altro ed iniziamo a parlare di un viaggio in Turchia e a consultare cataloghi. Il 18, ci accordiamo per trovarci ad Arezzo ed andare all’agenzia ad approfondire la cosa. Credo che questi due giorni li segnerò sul calendario e celebrerò ogni anno, come ricorrenze importanti nella mia vita: mi hanno fatto riscoprire il più grande amico di tutta la vita, l’unica persona con cui non avessi mai avuto diverbi o conflitti, l’unico sodale, nel senso vero del termine, di avventure, periodi difficili e divertimenti. Condivido con lui un intero mondo interiore, la pensiamo incredibilmente allo stesso modo su tutto; le uniche cose in cui divergiamo, ci rendono amici complementari l’uno all’altro, per cui là dove l’uno non arriva, l’altro può tranquillamente soccorrere. È stato per anni l’unica persona al mondo (ora sono due), la cui compagnia riuscisse sempre a farmi dimenticare i problemi, a farmi sentire felice, invincibile ed immune da ogni pericolo, difficoltà od ostacolo, a farmi sembrare lontano ed insignificante ogni affanno o pensiero o preoccupazione. Il resto del mese sono impegni, assenza dal blog e soprattutto, il 25, la mia solita incendiata sparata contro l’ipocrita retorica dell’Anniversario della Liberazione.

E, finito questo primo “quadrimestre”, devo, con permesso, congedarmi e dare appuntamento agli interessati ad una prossima occasione, poiché quello che ho da esporre è molto più ricco di quanto fin qui ricordato e soprattutto merita un’attenzione ed energie che in questo momento sento mancare, sia per la stanchezza dell’analisi del blog e del reperimento delle informazioni, sia per il pensiero delle tante cose da fare che anche oggi, il Primo dell’Anno, non mi lasciano tregua e cui devo pertanto tornare ad attendere. Un sincero abbraccio forte a tutti, con tutto il cuore e Buon Anno! Buon 2008!

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