I messaggi di Settembre 2007

28 Settembre 2007

"E fuori è buio" di Tiaziano Ferro

Ti ricorderò in ogni gesto più imperfetto,
Ogni sogno perso e ritrovato in un cassetto,
In quelle giornate che passavano in un' ora
E la tenerezza, i tuoi capelli e le lenzuola.
E no, non piangere che non sopporto le tue lacrime,
Non ci riuscirò mai
Perché se sei felice,
Ogni sorriso è oro
E nella lontananza perdonandoti ti imploro
E parlerà di te
È solo che…

Che quando non ritorni ed è già tardi e fuori è buio,
Non c'è una soluzione questa casa sa di te
E ascolterò i tuoi passi e ad ogni passo starò meglio
E ad ogni sguardo esterno perdo l'interesse
E questo fa paura,
Tanta paura,
Paura di star bene,
Di scegliere e sbagliare,
Ma ciò che mi fa stare bene sei tu amore.

Ho collezionato esperienze da giganti,
Ho collezionato figuracce e figuranti,
Ho passato tanti anni in una gabbia d' oro,
Sì, forse bellissimo, ma sempre in gabbia ero;
ora dipenderò sempre dalla tua allegria
Che dipenderà sempre solo dalla mia
Che parlerà di te
E parlerà di te
È solo che…

Che quando non ritorni ed è già tardi e fuori è buio,
Non c'è una soluzione questa casa sa di te
E ascolterò i tuoi passi e ad ogni passo starò meglio
E ad ogni sguardo esterno perdo l'interesse
e tanto ti amo,
che per quegli occhi dolci posso solo stare male
e quelle labbra prenderle e poi baciarle al sole
perché so quanto fa male la mancanza di un sorriso,
quando allontanandoci sparisce dal tuo viso
e fa paura,
tanta paura,
paura di star bene,
di scegliere e sbagliare,
ma ciò che mi fa stare bene ora sei tu amore
e fuori è buio,
ma ci sei tu amore
e fuori è buio.


 
23 Settembre 2007

Meglio tacere ed aspettare...

In questa freddina domenica di fine settembre, per me iniziata assolutamente nel peggiore dei modi, o quasi, non so trovare niente di meglio da fare, che stendere queste due righe; non che mi manchino gli argomenti, che se mi mettessi a dire tutto, a sfogare il malessere che mi attanaglia da stamani, forse stenderei un trattato, un “j’accuse” impietoso, forse non contro qualcuno in particolare, bensì sicuramente contro certe situazioni, e sono tante, che forzatamente, in certi casi, cerco di ingoiare, nonostante la sovrumana difficoltà che naturalmente mi imporrebbe il mio temperamento rigido, inflessibile e sempre meno incline alla misericordia; nondimeno, preferisco tacere e lo faccio per più di un motivo, spero coscienziosamente: prima di tutto il rispetto verso qualcuno e l’orgoglio personale di evitare e sottrarre a qualcun altro la soddisfazione di leggere, se mai fosse, e sghignazzare sulle mie parole di delusione e sui miei sentimenti di amarezza. Meglio tacere, tacere ed aspettare: che tutto passi da sé, che tutto si raffreddi, che l’asprezza si neutralizzi. Dovrei non pensarci, far finta di niente, pensare solo alle certezze complessive che ho, che comunque sono molte: ma come può uno come me, che vive quasi esclusivamente di dettagli, che sempre sui dettagli lavora e si sofferma, sorvolare come se nulla fosse? Se lo faccio, o almeno mi sforzo di convincere e di convincermi di farlo, una ragione c’è e so benissimo quale sia: almeno quella non si può mettere un dubbio, per ora. Ma mi conosco, so che ho pazienza e sopporto, so che perdono e vado avanti quasi come se nulla fosse successo: perché, alla fine, il bene e la tranquillità altrui mi interessano più dei miei; ma so anche che le situazioni che proprio non accetto le supero ed in qualche modo riesco ad ignorarle e fare come se non esistessero, solo se di breve durata, solo se sono sicuro che si tratta di passaggi episodici ed irrilevanti, che non si ripeteranno. So che quello che non tollero, che è poco, ma categorico, non lo tollero, punto: posso impegnarmi a trattarlo con indifferenza, ma alla fine non ce la faccio; mi arrendo. E so che se mi arrendo, sono pronto a tutto, anche a ciò che non vorrei mai, anche a premere il bottoncino rosso per l’emergenza estrema, pur di concludere tutto al più presto e voltare pagina. Speriamo (e qui il plurale non poteva essere più azzeccato) che il pomeriggio porti consiglio e soprattutto consolazione e che riesca a smussare certe mie spigolosità.

 
22 Settembre 2007

Resoconto del viaggio in Turchia - I puntata

Eccomi finalmente, ormai a distanza di più di un mese, a stendere il tanto richiesto e studiato, seppur breve, resoconto del viaggio in Turchia, l’esperienza finora più travolgente che abbia mai vissuto, l’evento epocale della mia esistenza: premetto sin dall’inizio che niente, ormai, è più come prima che partissi; il viaggio mi ha dato tanto, forse troppo, tutto insieme e quasi del tutto inaspettatamente e quella che è iniziata, è ormai a tutti gli effetti una nuova stagione, l’era del d.T. (dopo Turchia). Andrò a memoria e cercherò di soffermarmi solo sui particolari più interessanti; pubblicherò ogni girono i ricordi e le memorie di una o due giornate del tour, così da tralasciare il meno possibile e, allo stesso tempo, soffermarmi adeguatamente sui passaggi più significativi: non sono un grande narratore e, quel che è peggio, non ho il dono della sintesi; spero almeno di riuscire a non tediare.


29 LUGLIO: Sveglia alle 3:30 di mattina (qualcuno ne sa qualcosa), mi vesto, aspetto Michele per partire alla volta di Firenze–Peretola. Il viaggio scorre veloce ed il nostro entusiasmo, misto al sonno della levataccia, si legge in viso ad entrambi. Arriviamo all’aeroporto, check-in, imbarco e via, verso Milano-Malpensa; appena sbarcati, è subito ora di ripartire, dall’area sbarchi nazionali a quella delle partenze internazionali; controllo dei passaporti, imbarco e partenza per Istanbul. Insomma, siamo partiti alle 7:10 da Firenze, mettiamo piede alle 13:35 (-1 ora in Italia) sul suolo Turco. Nell’aeroporto c’è caldo ed umido e per ottenere il visto occorre fare una fila incredibile; recuperiamo i bagagli, cambiamo i nostri primi euro in lire turche e ci affrettiamo verso il punto di accoglienza degli sbarchi. Raccolti dagli agenti del tour operator, in gruppo si riunisce, una trentina di persone da tutta Italia; siamo i più giovani della comitiva, ma la curiosità, l’emozione, la gioia non ci fanno soffermare su certi dettagli: prima si arriva in hotel, prima io e Michele possiamo ripartire per goderci sin da subito il pomeriggio completamente libero, a spasso per Istanbul. Appena fuori, spira una fresca brezza pomeridiana, che rinfranca l’animo e ricarica le energie; saliamo in autobus, veniamo istruiti sui primi elementi della Turchia, dei Turchi e della politica Turca, a seguito delle recenti elezioni politiche e dei contestati risultati che ne sono emersi, neanche una settimana prima; la guida che ci accompagna all’hotel si chiama Attila (il che è tutto un programma): un ragazzo acuto e spiritoso (così, almeno, pareva), infuriato con il proprio Paese e con i propri concittadini che avevano regalato un trionfo al premier uscente Erdogan, che per le strade di Istanbul campeggia con enormi manifesti di ringraziamento e reo, a suo parere, di riforme del sistema dei partiti che hanno prodotto un pericoloso accentramento politico. Io e Michele ascoltiamo interessati, ma nel frattempo sgraniamo gli occhi alla vista dei primi minareti, delle prime moschee e davanti allo spettacolo del Corno d’Oro, della Torre di Galata e del Mar di Marmara. Il sole del pomeriggio splende di una luce assolutamente nuova ai nostri occhi; la gente, il traffico, tutto è occidentale, europeo; guardiao con gli occhi stupiti della prima volta le strade, le case, le persone della leggendaria Bisanzio-Costantinopoli-Istanbul; più avanziamo, più ci compaiono giardini, fontane, un mondo nuovo, curato ed elegante, memore delle raffinatezze bizantine, e allo stesso tempo sobrio e solenne, consapevole di un passato più volte imperiale, di un presente sostanzialmente sereno e di un futuro assolutamente promettente. Veniamo distribuiti in due hotel e la sistemazione nel nostro è delle più incredibili: 4 stelle, stile orientale (il nome “Nippon” era sufficiente a far presagire), facchini servizievoli ed impeccabili ad accoglierci e a farsi carico delle nostre pesanti valigie, lo sguardo di Michele illuminarsi davanti ad un simile trattamento, mai ricevuto prima. Ci affidano le chiavi della stanza ed il personale si impegna a consegnarci i bagagli direttamente davanti alla camera. Saliamo e spalanchiamo la porta, pieni di curiosità: non una stanza, una mezza casa, bagno enorme, televisore grandissimo e a schermo piatto, frigobar, poltroncine e tavolino, omaggi vari e tutto l’occorrente per prepararci un caffè o un thè. Ricevute le valige, il pomeriggio e la serata sono totalmente a nostra disposizione: raggiungiamo la piazza più vicina, la grande Piazza Taksim, con l’inglese ed un minimo del mio turco ci facciamo indicare un autobus per il centro storico; tante persone sentiamo, tanti autobus ci vengono indicati. Alla fine ci buttiamo sull’ultimo che ci viene segnalato, lo aspettiamo, saliamo ed in cinque minuti arriviamo alla nostra destinazione: la stupenda Moschea di Solimano il Magnifico, fuori dal programma del tour e che non abbiamo assolutamente intenzione di perderci. Entriamo nel cimitero che la circonda, visitiamo le tombe dei Sultani e per la prima volta ci togliamo le scarpe per accedere ai primi monumenti sacri islamici che visitiamo. Finalmente la moschea, la prima moschea in cui entriamo: lentamente, una passo avanti all’altro, con ogni scrupolo ed un po’ di paura di fare qualcosa di sbagliato. L’interno è maestoso e solenne: luci, ori, decorazioni in arabesco, versetti in arabo dal Corano ed in lode del sultano; fedeli che pregano, turisti che scattano foto, entro un perimetro delimitato ma non rigorosamente invalicabile. Insomma: piena libertà di movimento e di azione, di parola è naturale, visto che nessuno ci capisce; il contegno da tenere è rimesso alla discrezione ed al buonsenso di ciascuno, affinché non sia commesso niente di lesivo nei confronti del senso religioso del luogo e del sentimento di chi legittimamente vi si rechi. Quindi la cena, proprio davanti alla moschea; l’affascinane richiamo serale del muezzin, attraverso altoparlanti collocati sui quattro minareti; un ultima passeggiata nei dintorni ed il ritorno: passiamo per quartieri estremamente degradati, case rovinate, rifiuti, gatti randagi che rovistano fra la spazzatura riversa per terra e ragazzini che giocano per strade buie; ciononostante, passiamo e nessuno ci nota o si sofferma su di noi; entriamo in uno negozietto a chiedere informazioni, tutti ci circondano, ci sorridono e ci danno qualche indicazione e ce ne usciamo; un ragazzetto ci segue per una decina di metri, ci ripete le indicazioni e ci chiede qualche spicciolo; finalmente arriviamo ad uno dei ponti sul Corno d’Oro, prendiamo un taxi (la città ne è piena) e raggiungiamo il quartiere di Piazza Taksim. Paghiamo, facciamo pochi metri e si presenta la prima, e fortunatamente unica, brutta sorpresa: Michele non ritrova la macchina fotografica; l’aveva fino al ponte e fino a salire in taxi, sicuramente gli è caduta lì dentro, senza che se ne accorgesse. Chiediamo ad un tassista, che però ci dice che là ognuno lavora in proprio e non c’è una centrale per gli oggetti smarriti; ci rivolgiamo ad un poliziotto che ci chiede la sigla del taxi (ogni vettura ne ha una propria sullo sportello laterale), ma chi aveva pensato di farci caso? Ci avvicina un ragazzo, dice di essere un Curdo che vive in Inghilterra ed inizia a sparare a zero sulla Turchia; noi, diplomatici e silenziosi, annuiamo e facciamo per andarcene; questo tira fuori depliant di night-clubs e ci invita a seguirlo, per divertirci un po’; decliniamo l’offerta ed iniziamo ad avvicinarci all’hotel. Ebbene, un poco più che cento metri di strada pedonale, io vado in un negozio a comprare una bottiglietta d’acqua e per poco non mi fregano 50 lire; un vecchio appiccicoso ci avvicina per ben tre volte, ci invita ad un altro night-club e alla fine per poco non lo prendo a calci; un ultimo signore, distinto d’aspetto, gli chiediamo un’informazione per l’hotel, ce la da ed ecco che ci tira fuori altri depliant per altri night-club; gli diamo appuntamento per il giorno dopo (sarà ancora lì ad aspettarci) e finalmente, sorridenti e spensierati. Raggiungiamo l’hotel, dove tra le ristate incontenibili e la consumazione degli omaggi, riceviamo una telefonata della guida, che ancora non avevamo conosciuto e che ci informa degli orari e dei programmi del giorno dopo, e finalmente riusciamo ad andare a dormire.

 
21 Settembre 2007

"Piccolo testamento" di Eugenio Montale

Come resistere al fascino ed alla suggestione di questo componimento: un ritmo che quasi sussurra le ultime parole, trenta versi per salutare il mondo e ravvisare una parte, piccolissima, ma pure sempre consolante, del senso della vita e delle sue continue delusioni e sofferenze. “Giusto era il segno”: insomma, “ho sbagliato, spesso e tanto, ma l’ho fatto in buona fede, per un fine che credevo degno e giusto; ho sbagliato perché sono un essere umano, ho dei limiti e, nonostante tutti i miei sforzi, non sono riuscito ad arrivare dove volevo, ho scoperto che ciò a cui miravo, era completamente diverso da come me l’ero immaginato; almeno, ho vissuto!”. Nessuna commiserazione, nessuna indulgenza, nessuna auto-assoluzione: solo l’asciutta motivazione delle scelte di una vita, all’attenzione ed al giudizio del lettore e del tempo, perenne ed immutabile sia se sarà accettata sia se sarà respinta.

 

Questo che a notte balugina
nella calotta del mio pensiero,
traccia madreperlacea di lumaca
o smeriglio di vetro calpestato,
non è lume di chiesa o d'officina
che alimenti
chierico rosso, o nero.
Solo quest'iride posso
lasciarti a testimonianza
d'una fede che fu combattuta,
d'una speranza che bruciò più lenta
di un duro ceppo nel focolare.
Conservane la cipria nello specchietto
quando spenta ogni lampada
la sardana si farà infernale
e un ombroso Lucifero scenderà su una prora
del Tamigi, dell'Hudson, della Senna
scuotendo l'ali di bitume semi-
mozze dalla fatica, a dirti: è l'ora.
Non è un'eredità, un portafortuna
che può reggere all'urto dei monsoni
sul fil di ragno della memoria,
ma una storia non dura che nella cenere
e persistenza è solo l'estinzione.
Giusto era il segno: chi l'ha ravvisato
non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l'orgoglio
non era fuga, l'umiltà non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero.
Tags: poesia
 
19 Settembre 2007

"I limoni" di Eugenio Montale

Non so se è per il clima settembrino, che ogni anno richiama alla memoria i ricordi scolastici e liceali, ma da giorni mi ronzano per la testa alcune poesie di Eugenio Montale (1896-1981), Premio Nobel per la Letteratura nel 1975, che non ho potuto esimermi dal rileggere e dal proporre anche in questo blog, nella speranza di condividere con i lettori l’emozione che riesce a trasmettere anche la sola lettura a voce bassa o interiore di questi versi. Questa che segue è intitolata “I limoni”, tratta dalla raccolta “Ossi di seppia”, e sintetizza il nucleo della poetica dell’autore: gusto per ciò che è semplice, per il dettaglio, per l’inusuale ed affannosa ricerca del senso della vita, delle ragioni della sua pesantezza e della comprensione della complessità dell’esistenza.

 

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
 le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.

Tags: poesia
 
09 Settembre 2007

Un mese: auguri a noi due!

Dopo il doveroso ringraziamento ai miei amici, come non ringraziare l'altro asse, divenuto ormai anch'esso portante ed importante, della mia vita?

Cucciola, un mese, già un mese e a me pare passato neanche un giorno, poche ore, non di più. E' proprio vero che quando si sta bene, il tempo non segue più lo stesso lento corso di sempre. Certo, non possiamo negare di essere una coppia un po' strana, non direi proprio anomala, ma di sicuro adatta solo ad un complicone come me. Eppure, piccola, anche se lontana, tu mi trasmetti sempre emozioni che non avevo mai provato prima, hai ridato colore al mio mondo, la luce al mio cielo ed ora sei diventata la mia anima, la mia metà, la mia "divina grazia". E' già un mese che la tua dolce voce risuona dentro di me, eppure, ogni volta, è come se fosse la prima volta: il cuore batte, il respiro si interrompe e, subito, il suono di te, melodioso ed armonico, mi sconvolge tutto e mi scioglie il cuore; quel suono che, familiare sin dal primo giorno, non mi lascia mai, porto sempre con me, nel mio cuore, e mi consola nei momenti in cui difficile si fa sopportare la nostra lontananza. Ti amo, cucciola, più di quanto tu o alcun altro possa immaginare e, anche se per ora divisi, spero vivamente che il Destino possa un giorno, presto, unirci e non dividerci più. Se i miei amici sono il completamento della mia metà, tu sei l'altra metà, l'altro completamento, che mi porta all'unità perfetta e compiuta; e come non potrei vivere senza di loro, senza sentirmi mancante di occhi, orecchie, braccia, gambe, certo non potrei più vivere senza di te, senza sentirmi mancante del cuore, dell'anima, del soffio vitale. Tanti auguri, cucciola dolce, per il nostro primo mese insieme; ti chiedo scusa per tutte le mancanze di cui mi sono reso responsabile e, soprattutto, di questa mia inqualificabile ed indegna assenza da te; grazie infinite, invece, a te, per il tuo amore e la tua fedeltà, il tuoi sorrisi e la tua allegria, il tuo modo di essere e la tua pazienza, grazie di esistere e grazie di essere mia! Sono tutto tuo, tutto e soltanto tuo, ora e per sempre!
Tags: amore

Grazie!!!

Desidero ringraziare pubblicamente, anche se non basterebbero tutte le parole, di tutte le lingue del mondo, tutti coloro che hanno reso ieri sera, il sabato e la festa di Compleanno più indimenticabili della mia vita: il buon Libe, altro festeggiato, il grande Marco, il sempre più virtuoso Ema, la dolce Ali, Fede, il Lele, Angelo, il simpatico Trevi, l'Elena e Ameglio, che, anche se latitante per tutta la serata, è stato comunque giustificato e sentito vicino. Posso dire in assoluto di non aver mai ricevuto una festa e regali più straordinari: l'ultimo bellissimo libro di Vespa, che, per l'appunto, mancava dalla mia biblioteca e dovevo al più presto procurarmi, e una bottiglia di mirto sardo, a consolarmi in assenza della mia dolce metà, sarda, appunto, peraltro con, legata attorno al collo con uno spago, una piccola V (ovviamente l'iniziale del suo nome) da tenere nel cellulare. Già era stupenda la cena, pochi presenti, ma più che buoni, assenze illustri ma che avremmo recuperato dopo cena, ottimo ristorante e tanta allegria; poi la sorpresa, architettata da Marco: i regali spuntati fuori dal nulla, oltretutto accompagnati da bigliettini simpaticissimi (anche se di quelli tralascio la descrizione, per ragioni di dignità). Grazie infinite a tutti, davvero dal profondo del cuore, a nome mio, e credo di poter associare anche il caro Libe. Non è assolutamente facile trovare amici veri, in questo mondo in cui a prevalere sono sempre l'egoismo e le esasperazioni. I nostri, invece, non sono amici veri, di più: sono il pezzo mancante che completa l'anima, l'acqua che riempie il bicchiere mezzo pieno (che immagini potenti! mi avrà fatto male qualcosa, ieri sera a ballare?)! Grazie ancora a tutti! Vi voglio un bene dell'anima! Grazie di cuore!
Tags: amici
 
05 Settembre 2007

Buon Compleanno!

In questa giornata splendida, anche se un po' freddina, rivolgo con tutto il cuore i migliori auguri di buon compleanno al caro Marco per i suoi "primi" 21 anni.

Caro Marco, io e te ci conosciamo davvero da una vita: siamo nati a un solo misero giorno di distanza, stiamo a dieci metri l'uno dall'altro, abbiamo condiviso asilo, elementari, medie e, di fatto, anche le superiori, visto che la mattina, anche se per destinazioni diverse, tuttavia abbiamo compiuto sempre insieme gli stessi tragitti e affrontato gli stessi capricci del tempo e della stagioni. Quante avventure passate! Quante ne abbiamo combinate, nell'oasi felice che è stato il nostro quartiere! Finché non siamo cresciuti ed abbiamo iniziato a frequentare Arezzo, il centro, la provincia; abbiamo recuperato i buoni e vecchi amici ed ce ne siamo fatti di nuovi. Certo non nego che tra di noi, nell'ultimo anno, le cose non avessero proprio intrapreso il corso migliore né nascondo che la maggiore responsabilità di tutto ricadesse su di me. Se solo sapessi quante volte ti ho rimpianto! Ora finalmente il filo interrotto si è riannodato, il percorso delirante ha recuperato il giusto orientamento e a me sembra di essere finalmente uscito da un brutto sogno e di aver ritrovato i veri amici e quelle facce che con un solo sguardo riescono a tranquillizzarmi e a non farmi sentire solo o indifeso. Per tutto quello che ho fatto o detto, anche se è poco, per ora ti chiedo umilmente scusa; il perdono vedrò poi di guadagnarmelo con altro, oltre alle semplici parole.
Caro Marco, inizia oggi il tuo ventiduesimo anno, la vita continua, sempre più ricca di esperienze e conoscenze, e davanti a te, alla tua fresca giovinezza, alla tua vitalità, al tuo prezioso senso della moderazione ed alla tua amabile e mite educazione, si apre il mondo moderno, con tutte le opportunità e le occasioni che offre, tanto più valide e proficue, quanto più uno le sappia cogliere non soltanto al momento, ma anche nel modo e nella misura più giusti.

Ebbene, quello che meriti, io credo di saperlo, i nostri buoni amici sicuramente ne sono coscienti, tu spero ne sia consapevole o che almeno lo diventi, come dono inaugurale, proprio in questo tuo primo giorno da ventunenne. Ti abbraccio forte, caro Marco, e ti auguro buon compleanno. Il desiderio che ho per te è che la vita futura sia sempre migliore di quella trascorsa, ti ricolmi di ogni bene e soddisfazione che il passato abbia osato negarti e ti riempia ti tutto quello che ti meriti e infinitamente ancora di più! Tantissimi auguri!

Tags: auguri marco

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